Percorso di letture sul cronotopo della strada

La strada rappresenta un momento iniziatico, il suo incontro assomma tre fasi: la separazione da un luogo di provenienza fisico o psicologico, il viaggio caratterizzato da smarrimento, prove incontri fino al ritrovamento di una propria dimensione psicologica/affettiva e dalla terza fase quella di arrivo, di un luogo fisico o psicologico di accoglienza. Questi sono punti nodali intorno a cui costruiremo le nostre riflessioni.

La strada si presta a molti spunti di analisi e riflessione non solo a livello letterario ma anche pedagogico. Ho scelto il cronotopo della strada perché condensa in sé molti elementi comuni a più forme espressive, affascina i giovani e gli adulti, offre soluzioni e guarigioni, scardina pregiudizi e molto altro. Numerosi autori sono stati sensibili a questo tema e lo hanno sviscerato nelle loro produzioni, tra questi oggi tracceremo dei parallelismi, individueremo delle differenze e delle atipicità, per lasciare poi a voi lo spazio per ulteriori riflessioni e piste di indagine.

Il giovane e la formazione in strada, un raggio d’azione e un luogo che affiancano e testimoniano l’evoluzione della società.

Inizieremo con il precisare la descrizione del cronotopo della strada avvalendoci del saggio di Michail Bachtin Estetica e romanzo, in cui viene ribadita l’inscindibilità di spazio e tempo all’interno della narrazione, inscindibilità, che si rende evidente parlando della strada che rappresenta una delle tematiche più utilizzate nei romanzi sin dall’antichità L’accezione del termine in Bachtin è usata per “legittimare una metodica di tipo semiotico”. Afferma infatti Bachtin che i significati, per entrare nella nostra esperienza, devono assumere un’espressione spazio-temporale, cioè assumere forma segnica (p.es. Il geroglifico, la formula matematica ecc.) che permette di capire/afferrare perfino il pensiero più astratto. Ogni ingresso nella sfera dei significati avviene soltanto attraverso la porta dei cronotopi.

Il folclore della strada non è mai semplicemente una strada ma è sempre tutta o in parte il cammino della vita. La scelta della strada è la scelta del cammino della vita.
(M. Bachtin, Estetica e Romanzo Einaudi, Torino, 1979, p. 267).

La strada ha un’affinità con il viaggio in senso lato, come già avvalorato da studi del passato (sappiamo che in greco e in latino con un solo termine si traduce/intende viaggio, via, cammino) ma arriveremo anche ai filosofi più moderni/recenti che hanno contribuito a rinsaldare il concetto di strada come luogo per eccellenza della formazione, del viaggio iniziatico alla vita, del momento formativo – sia in positivo sia in negativo – dell’uomo/donna.

Il libro rappresenta un viaggio simbolico ma, come già espresso da pedagogisti, un viaggio formativo perché consente al giovane lettore di arricchire le conoscenze, ampliare le vedute, immedesimarsi nelle avventure del protagonista così da fargli rivivere e far proprie le sue esperienze e poi riverberarle sulle proprie scelte di vita; nonché comprendere meglio il mondo che lo circonda.

Potremmo riassumere così questo nostro approccio:

Dal bambino lettore che avidamente si immerge nella vita e nel percorso iniziatico sulla strada del protagonista di carta, per ritornare al bambino lettore che tornando alla realtà riesce a elaborare le esperienze di cui ha letto e ne fa tesoro per le proprie.
(M.T. Moscato, Il viaggio come metafora pedagogica, Editrice La Scuola, Brescia 1994, p. 138).

Abbiamo cercato anche delle locuzioni in cui la parola strada indica, per la gente comune, un luogo di perdizione (Donna di strada, ragazzi stradaioli) oppure con il significato di luogo formativo (strada maestra) cercheremo perciò di esaminare la presenza della strada all’interno di alcuni esempi di letteratura per giovani enucleandone il ruolo e la funzione, per la formazione del lettore.

Volendo rintracciare alcuni esempi di romanzi europei di formazione, abbiamo scelto, perché significativi del ruolo iniziativo che la strada riveste e per la funzione del cammino, del percorso: Oliver Twist 1838, Senza famiglia (Remi) 1878, Pinocchio 1883, La via Paal, 1907.

Applicando un’analisi specifica dei romanzi scelti individuiamo in tutti e 4 il momento iniziatico, la fase separazione-viaggio-smarrimento, il ritrovamento, l’esperienza di sé oltre a quelle con i compagni di viaggio. Se il bambino/ragazzo si allontana da solo per cercare la sua indipendenza e affermare la sua personalità, per crescere e formarsi con l’aiuto di coloro che incontra, si avverte tutta la sua semplicità, ingenuità, naiveté, spontaneità. Deve superare la fase dell’iniziazione in solitudine, sostenuto dalle sue convinzioni, dai suoi affetti, dai suoi valori

Questi romanzi appartengono al genere del Bildungsroman (un romanzo di formazione narrativo, che è imperniato sulle esperienze formative del protagonista, il quale viene maturando progressivamente il proprio carattere e la propria identità morale. Maturazione che avviene attraverso il superamento di prove, errori, viaggi, esperienze intime o esteriori. Il romanzo che meglio condensa queste caratteristiche e ha questi obiettivi è di Goethe Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, del 1796.

Se invece pensiamo alle fiabe, altro genere letterario destinato al bambino in età evolutiva, e pensiamo alle fiabe della nostra gioventù, possiamo citare quelle in cui le vicende si svolgono in strada, lungo un cammino (p.es. I musicanti di Brema dei fratelli Grimm, Il Gatto con gli stivali, fiaba popolare europea poi trascritta dal tedesco Tieck e successivamente da Perrault e Grimm).

Condensiamo alcune opinioni di studiosi di letteratura che inquadrano ulteriori aspetti del cronotopo della strada.

Afferma Giorgia Grilli, “solo per strada e in viaggio l’infanzia con i suoi rappresentanti si è potuta liberare da vincoli inibenti e falsanti (che si rivelano soprattutto familiari), per la scoperta e la presentazione di sé” (in G. Grilli, I ladri di bambini, in Hamelin, Viaggiatori incantati. Avventure possibili e impossibili nella letteratura per ragazzi, Ponte vecchio, Cesena 1998, p. 85).

Prosegue Susanna Barsotti “il viaggio si qualifica proprio attraverso la via che si percorre, frapponendosi tra la situazione iniziale e l’arrivo: essa è il luogo in cui si trovano le tappe, le prove, gli ostacoli, le mete intermedie del cammino dell’uomo-eroe-protagonista del racconto” (in  S. Barsotti, E cammina, cammina, cammina. Fiaba, viaggio e metafora formativa, Edizioni ETS, Pisa 2004).

Precisa quindi Marianna Alfonsi: è “in questo modo che la strada diventa “maestra” non nel senso di principale ma nel senso di insegnante, una strada quindi che, attraverso le tante esperienze che ci propone, insegna al bambino a crescere, insegna al bambino che cosa è la vita, è la strada stessa che guida il bambino e la sua evoluzione” (In M. Alfonsi, La simbolica della strada nello spazio-tempo, 2016).

Spiega Faeti che “l’esperienza del viaggio ci stringe in un omogeneo progetto pedagogico, tanto ben scandito da non consentire dubbi o esitazioni: le strade sono aule, gli incontri sono compiti in classe , gli agguati sono esami. I fuochi di bivacco sono ripetizioni private, le scansioni sono trimestri o quadrimestri, i guadagni ottenuti sono pagelle”. Sempre Faeti afferma perciò che il viaggio esclude ogni altra dimensione didattica (A. Faeti, a cura di, Strade, in Hamelin, Viaggiatori incantati. Avventure possibili e impossibili nella letteratura per ragazzi, Ponte vecchio, Cesena 1998, p. 7).

Tuttavia come afferma Picotti, “è nella condizione della provvisorietà propria del viaggio, spesso accompagnata dalla perdita dei punti di riferimento che i valori fino ad allora seguiti avevano rappresentato, che si lascia spazio a nuove scoperte ed esplorazioni e si ha maggior disponibilità all’incontro con l’altro” (in A. M. Picotti, a cura di, Dalla terra di Kim al camaleonte africano, in Hamelin ass. culturale, Op. cit., pp. 137-138).

L. Zardi, Gravoche, Holden, la giungla, il sogno, anzi l’adolescenza, in E. Beseghi (a cura di) L’isola misteriosa. Quaderni di letteratura per l’infanzia. Adolescenza, Mondadori, Milano, 1996, p. 18, “la strada, affascinante ed ostile insieme ma soprattutto da esplorare, diviene luogo dove si accumulano i disagi e le difficoltà, che spesso fanno rimpiangere la quiete domestica, ma sono anche gli spazi dove si possono sperimentare momenti di completà libertà, dove l’amicizia occasionale, proprio per questo non vincolata da doveri o ipocrisie, può trasformarsi in una magnifica esperienza e liberare sfere del sentimento imprigionate nella rete delle convenzioni”.

Vogliamo proporre la metafora della strada come simbolo complessivo dell’esperienza vitale che l’uomo, sin da bambino, vive. Con momenti di salita o di discesa, tornanti o rettilinei, comunque la strada conduce il giovane verso mete fisiche e psicologiche. La dialettica della strada permette di crescere, di sviluppare un dialogo con le persone che si incontrano lungo la via, di rafforzare il proprio io.

Forse, dovremmo rivalutare la strada come fonte di conoscenza non solo del mondo ma anche e soprattutto di se stessi, dei propri limiti e delle proprie virtù. Con questo non vogliamo affermare che tutti i giovani dovrebbero essere lasciati soli in questo spazio contenitore di tanti mondi

Parallelismo tra viaggio e crescita del ragazzo

Scegliere la strada vuol dire non aver paura di vivere né di confrontarsi con se stesso e con i propri sentimenti, vuol dire avere il coraggio di essere soli, provare lo scoraggiamento e la disperazione di speranze disilluse, vuol dire confrontarsi anche con quello che di negativo c’è nel mondo e infine perdersi per poi ritrovarsi negli occhi di un altro così come nel profondo del proprio animo. Viaggiare in strada vuol dire forse scegliere di cambiare, di predisporsi a mettere in gioco il proprio essere.

Gli autori che scelgono di raccontare la vita di bambini/ragazzi durante il loro viaggio (che sia lontano o solo nel cortile) intendono anche esporre una denuncia sociale: da un lato contro un sistema sociale che crea degli spazi pericolosi per i giovani (metropoli, parchi, strade e quartieri), dall’altro per coloro che sfruttano l’infanzia, la maltrattano e la svendono per interessi personali e la pongono in condizioni subalterne rispetto al mondo degli adulti. Il bambino vuole rapportarsi con il mondo in modo autonomo.

Alcuni testimoni religiosi e laici ci dimostrano con la loro testimonianza di vita che la strada è tuttora formativa, non sempre con una valenza positiva, e ne potremmo parlare con le associazioni che operano a Scampia (in Campania), perché gli adulti hanno compreso che l’ascolto, la comprensione e la possibilità di relazioni semplici e spontanee, in un incontro dialogico con i bambini e i ragazzi, li arricchisce e li aiuta a formare le loro personalità. Tra questi testimoni potremmo citare Don Andrea Gallo, che ha operato con il criterio della pedagogia del quotidiano. Si dovrebbe affrontare una riflessione approfondita da una prospettiva antropologica e sociale.

Abbiamo citato più volte il viaggio, e il cammino che si compie per arrivare ad una meta e per formare la nostra personalità. Ricorderemo che il viaggio in strada prende le mosse dal Grand Tour (questo termine fu coniato da Richard Lassels nel 1670) con cui si intende un viaggio culturale e esperienziale di coloro che dal Nord Europa visitavano la Francia, la Svizzera, l’Italia con uno scopo educativo. L’obiettivo era la conoscenza della cultura classica. Toccò il suo apice nel ‘700 e ‘800.

Riprendendo il tema della strada come luogo magico, narrata e in certo senso evocata dagli scrittori, ci soffermiamo adesso alle opere di due autori russi, opere adatte a un pubblico di adolescenti e di adulti. Uno degli esempi più noti, nella letteratura per adulti del tardo ‘800 a firma di autori russi, è la Prospettiva Nevskij. La troviamo in alcuni romanzi ormai considerati classici della letteratura internazionale, ambientati a San Pietroburgo, di cui forse siete già a conoscenza, oppure ne avete visto la versione filmica. Si tratta di N.V. Gogol, Il naso, in Racconti di Pietroburgo, Milano, Garzanti, 1967 “La giornata era splendida e assolata. Sulla Prospettiva Nevskij c’era un’infinità di gente; una vera cascata floreale di signore si sparpagliava su tutto il marciapiede, dal Ponte della Polizia all’Anièkin”. L’A. racconta la vita di questa arteria e nel romanzo di Lev Tolstoij, Anna Karenina, rammentiamo la scena del funzionario Karenin che si avvia a incontrare la moglie Anna morente “Con una sensazione di stanchezza e di sporcizia… nella nebbia mattutina di Pietroburgo, Aleksej Aleksàndrovic andava in carrozza lungo la Prospettiva deserta, e guardava avanti senza pensare a quello che lo aspettava” (parte 4).

Il viaggio attraversa secoli e ci fermiamo ora a considerare la sua evoluzione, la sua interpretazione dal movimento della Beat Generation/Hippie (movimento artistico, letterario, poetico che si sviluppò negli USA i cui rappresentanti più conosciuti sono Salinger, Ginsberg e Kerouac, orbitanti intorno alla Columbia University di NY e nella baia di San Francisco e della West Coast). Questi artisti furono criticati dai conservatori per la loro vita smodata, tra droghe e eccessi, ricerca di spiritualità di tipo orientaleggiante; furono considerati solo un fatto di costume, dalla vita breve e senza ricaduta sulla società e sulla cultura degli anni ’50. La loro forma espressiva si basava sull’aderenza ai fatti spiccioli della vita, in contrapposizione ai movimenti letterari europei che sono basati su esperienze intellettuali o ideologiche. Lo loro forma espressiva preferita fu la poesia, che si basa sul ritmo veloce, su quello del jazz.

Tra gli autori iconoclasti della Beat Generation, si annovera Jack Kerouac. Il suo romanzo On the road si presenta come la cronaca romanzata dei viaggi attraverso gli Stati Uniti intrapresi dal giovane Jack Kerouac in compagnia principalmente dell’amico Neal Cassady. Ma ad uno sguardo più attento possiamo trovare la lucida e amara testimonianza delle speranze e delle illusioni di un’intera generazione, quella che a posteriori si è poi identificata con il movimento culturale della beat generation. La beat generation si proclama infatti portavoce del malessere dei giovani americani che, conclusasi la Seconda guerra mondiale, non si sentono integrati con i valori borghesi e con la societa del benessere economico dei padri. Le valvole di sfogo e protesta sono il viaggio (che molte volte ha più valore della meta da raggiungere), l’assunzione di droghe e sostanze psicotrope, la ricerca di una nuova autenticità esistenziale e spirituale (magari sull’onda della diffusione delle filosofie orientali), il rifiuto dei punti fermi della società “benpensante” (come la solidità della famiglia, la stabilità del lavoro, il buon senso e il rispetto delle istituzioni).

On the road è quindi la storia di un’esistenza come fuga, resa.

Our battered suitcases were piled on the sidewalk again; we had longer ways to go. But no matter, the road is life.
(Le nostre valigie ammaccate erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo più modi per andare. Ma non importa, la strada è vita).
(Jack Kerouac)

Il suo On the road è una storia di grande autenticità artistica ed esistenziale dai ritmi tesi e coinvolgenti, manifesto della beat generation, scritto in tre settimane con una macchina dattiloscritta che scriveva su un rotolo di carta (questo fu lungo 36 metri, poi venduto all’asta recentemente per più di un milione di dollari).

L’ultima citazione è della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, riflessione che induce all’ottimismo.

(Trascrizione della relazione tenuta online per il Bibliopoint del Liceo Classico “Orazio“ di Roma – fine prima parte)

Claudia Camicia
Presidente GSLG

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