Libertà e oppressione. Storie di donne del XX secolo, di Maria Immacolata Macioti

liberta e oppressione copertina

Presenta Rosina Zucco, Dipartimento Storia e Memoria dell’ANRP

Presentazione del libro

Buon pomeriggio.

Ho accolto con vivo piacere l’invito a intervenire a questo incontro nel corso del quale cercheremo di mettere a fuoco gli interessanti spunti offerti dal lavoro di Maria Immacolata Macioti, una persona che conosco da tanti anni e ho avuto modo di apprezzare per il suo impegno nell’ Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dove è responsabile dell’Osservatorio Permanente Rifugiati e Vittime di Guerra. Già docente ordinario presso la Sapienza Università di Roma, Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione, Professore ordinario Direttore del Master Immigrati e rifugiati, la Macioti ha dedicato ampio spazio della sua produzione saggistica e letteraria a opere sui rifugiati e sui diritti umani.

1-2. “Libertà e oppressione.  Storie di donne del XX secolo” è la sua ultima pubblicazione .

Quando ho visionato il libro per la prima volta mi ha subito destato interesse il titolo: “Libertà e oppressione”, due parole antitetiche sulle quali più volte mi è capitato di riflettere, soprattutto da quando ho iniziato a collaborare con l’ANRP,  l’associazione che, nel corso degli anni sta portando avanti, con il suo Centro Studi, iniziative e progetti per far conoscere la storia di migliaia di uomini e donne  che hanno lottato contro l’oppressione dei totalitarismi, operando scelte difficili, in nome della libertà, della giustizia e della democrazia.

Un obiettivo, questo, che ancora oggi, come ieri, è messo a dura prova, perché nonostante il mutare di tempi e situazioni, nel mondo si ripresentano continuamente situazioni  di violazione dei diritti umani e ci sono uomini e donne che cercano di opporsi, pagando spesso con grandi sofferenze se non con la vita stessa.

3. Il libro di Maria Immacolata Macioti ha come protagoniste delle donne. Ma chi sono queste donne? Sono donne positive che si sono impegnate, nonostante le tante difficoltà, giocandosi a volte tutte le certezze che avevano, sacrificando a volte i  rapporti con la famiglia, con il proprio partner, con i figli, per favorire l’avvento di una società migliore.

Donne apparentemente lontane l’una dall’altra come paese di nascita, come esperienze di vita, ma comunque legate da qualcosa che le accomuna. Nate tutte nella prima metà del 1900, sono tutte impegnate per una società più giusta, più paritaria, in cui uomini e donne possano vivere senza dover temere per la propria esistenza, per quella dei loro cari e più in generale delle persone che con loro condividono quel particolare periodo storico.  

Molte di loro hanno lasciato libri in cui hanno raccontato di sé e del contesto in cui hanno vissuto. Fonti dirette, quindi. In buona parte, fonti autobiografiche. Sappiamo che  proprio dalla fine dell’Ottocento, dai primi del Novecento nelle scienze sociali si è affacciato il dibattito sulla cosiddetta sociologia qualitativa, un approccio presente negli studi storici, introdotto in sociologia da Ferrarotti e da vari studiosi che a lui si sono richiamati.

Avendo lavorato per anni su queste tematiche, l’Autrice è  convinta dell’importanza dei materiali autobiografici per la comprensione del reale e mi sento di condividere appieno questo convincimento in quanto anche  a me è capitato spesso, soprattutto dedicandomi alla storia degli IMI, di partire dalla cosiddetta storia delle esperienze, per ricostruire la storia individuale e collettiva attraverso testimonianze orali e scritte. Un approccio con quella storia scritta dal basso che, come tutti voi ricorderete, è stata oggetto di indagine e di approfondimenti da parte del vostro collega e mio stimatissimo amico, il prof. Mario  Carini, la cui scomparsa  improvvisa ha costernato tutti lo scorso anno, ma di cui per tutti rimane imperituro il ricordo.

Nel volume di Maria Immacolata Macioti, a cui oggi stiamo dedicando la nostra attenzione, gli scritti delle donne qui prese in esame sono state fonti preziose; le loro interpretazioni, i loro ricordi sono stati messi a confronto dall’autrice in un continuo richiamo direi “per assonanze” tra una storia e l’altra, tra le diverse esperienze di vita che vengono riportate nel testo con stralci dei loro scritti, parole spesso crude, dolorose, intense.

Questo libro si legge con fluidità. La narrazione è di largo respiro, a rapidi tocchi, grazie al ritmo dinamico dei periodi brevi,  a volte solo una parola isolata… senza verbo…  pregnante.  

Nel succedersi delle pagine, si intrecciano momenti storici e  luoghi diversi, animati da  una infinità di personaggi che restano sullo sfondo dal quale emergono le figure emblematiche di quattro grandi donne, nate in diversi paesi, cresciute in famiglie dissimili le une dalle altre, di diverse culture, eppure accomunate dalla ferma volontà di resistenza di fronte alle ingiustizie sociali. Tutte, tranne l’iraniana Shirin Ebadi, nata nel 1947, sono legate alle vicende della Seconda guerra mondiale, alla deportazione nei lager, come Margarete Buber Neuman, nata in Germania, e Germaine Tillion, nata in Francia, entrambe internate a Ravensbrück, mentre  dei Paesi Bassi è Etty Hillesum. Vite molto sofferte, ma accomunate dall’avere molto subito, senza lasciare che l’odio offuscasse la capacità di giudizio. Tutte e quattro, convinte dell’importanza della scrittura, del far conoscere al resto del mondo quanto stava accadendo o era accaduto.

Rifiutando l’accettazione passiva e acritica di un potere teocratico incontrollato e incontrollabile, le  protagoniste di questo libro hanno preso posizione, nettamente, contro i totalitarismi, come lo ha fatto Hannah Arendt, che non ha temuto di parlare della “banalità del male”. Sono tutte donne  di elevato spessore culturale, persone non comuni che hanno potuto studiare, riflettere, leggere, che hanno avuto un ambiente familiare favorevole, che hanno compreso e che sanno che altrove esistono diversi modi di vita. Donne che, proprio per questo, più facilmente di altre hanno potuto acquisire certe consapevolezze, trarne conseguenze, cercare di cambiare la situazione socio-politica e culturale oppressiva e, a volte, maschilista. Come nel caso di Shirin Ebadi che, sia pure dall’esilio, potrà ancora levare la sua voce, chiedendo il rispetto dei diritti di donne e uomini che non intendono piegarsi ai dettami di un regime assoluto e oppressivo, divenendo prima donna musulmana a vincere il premio Nobel per la pace “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”.

Per tratteggiare il profilo di queste donne ho voluto proporvi delle slides,  soprattutto per farvi osservare i loro volti, i loro occhi che guardano lontano, una bellezza che viene da dentro.  

Partiamo da  

4. Shirin Ebadi

Nata in Iran nel 1947, ha studiato legge, è stata la prima donna magistrato in Iran. Come detto, prima donna musulmana a ricevere Premio Nobel per la pace nel 2003 per il suo impegno a favore dei diritti umani. Nel suo paese è vista con sospetto sotto il governo di Ahmadinejad. 

5. Il 12 giugno 2006, nella piazza Hafte Tir, sono presenti attiviste che chiedono una riforma di tutte le leggi discriminatorie sui diritti umani. È una protesta pacifica, ma le donne vengono brutalmente attaccate, la manifestazione viene duramente repressa. La Ebadi rappresenterà varie attiviste e le difenderà  contestando l’assunto dello stato, secondo cui esse avevano minato la sicurezza nazionale.

 Vi saranno comunque condanne: ma altre donne raccoglieranno quanto le prime avevano seminato, porteranno avanti le istanze già avanzate. Si aprirà un dibattito nazionale.

6. Gli amici della Ebadi pensano che lei comunque possa permettersi di avere certe posizioni, di parlare a nome di gente ingiustamente perseguitata: è un premio Nobel. Non oseranno toccarla. In realtà, se non potranno perseguitare attivamente lei, potranno farlo in modo indiretto, rendendo la vita difficile alle figlie, al marito e cercando di sminuire in ogni modo la sua immagine.

7. Quando la Commissione per la risoluzione dei contenziosi fiscali finalmente emise il suo verdetto, lo stato si accinse a espropriarmi con incredibile rapidità; fu forse l’azione più efficace compiuta dalla Repubblica islamica in nome della giustizia fiscale. Nel giro di pochi giorni misero in vendita tutte le mie proprietà, aiutati dal fatto di avere già tutti i documenti a disposizione. (…) Così, tutto ciò che Javad e io avevamo costruito e guadagnato nel corso dei nostri trentaquattro anni di matrimonio, tranne il nostro appartamento, ci fu portato via. Tra le altre cose, l’ufficio che ospitava il centro e la casa di campagna con i suoi terreni alle porte di Teheran.

8. Che cosa volevano da me? Quanto potevano portare via a una persona? Mi avevano preso il lavoro di giudice, l’ambizione di tutta una vita; quando mi ero rialzata e avevo costruito un centro per i diritti umani, mi avevano preso anche quello; a causa delle loro violenze e dei loro brogli elettorali avevo perso la mia patria. E adesso avevano cercato di portarmi via mio marito. Chiusi gli occhi, non desiderando altro che dormire.

9. Pur avendo sempre cercato, per anni e anni, di fare il proprio dovere per avere nel suo paese un ruolo significativo con riguardo ai diritti umani, la Ebadi sarà costretta a vivere fuori dell’Iran. Non potrà più rientrare nel suo paese.

10. Oltre alle accuse che gravavano su di me per cospirazione contro la sicurezza nazionale, fui formalmente dichiarata in debito nei confronti della Repubblica islamica e, in absentia, mi fu vietato di lasciare il paese. Questo vuol dire che, se mai tornassi, il mio passaporto mi sarà sequestrato all’aeroporto e non potrò più uscire dall’Iran. Nel giro di un solo anno, il paese di cui un tempo rappresentavo il sistema giudiziario al massimo livello aveva deciso che dovevo essere una traditrice nullatenente.

11.  La vicenda personale e familiare della Ebadi presenta analogie con la storia di Margarete Buber Neumann.

Nata a Postdam (Germania) 21 ottobre 1901, Margarete è una figlia che fa scelte di autonomia, che ha atteggiamenti non consoni a una ragazza obbediente, di media borghesia. Invitabile il contrasto con il padre.

12. Mio padre era figlio di un contadino dell’Alta Franconia. La sua instancabile tenacia gli aveva permesso di conquistare una discreta posizione: era direttore di una media impresa industriale. Chi poteva stupirsi del fatto che avesse creato una specie di religione composta di lavoro e disciplina? …Non ammetteva di essere contraddetto da noi bambini o dai suoi inferiori. (…) Mio padre pretendeva «contegno». In lui il luogotenente prussiano si era fuso con il patriarca contadino.

Il matrimonio con il giovane Buber, nonostante la nascita di due figlie, si logora. I due divorzieranno. Lei perderà le figlie che cresceranno con la famiglia paterna. Ma le delusioni più gravi non vengono soltanto nell’ambito familiare: vengono dallo scoprire che è ben diversa la realtà in cui utopisticamente ha voluto credere. Lo spiega bene lei stessa, alludendo agli anni in cui, a Berlino, si accostava al comunismo ed era piena di entusiasmo sull’essenza della dittatura del proletariato, proiettata verso  un’epoca migliore e nuova. Ma non sarà così.

In Russia il suo compagno Heinz Neumann, accusato di essere oppositore di Hitler, laddove stava maturando il patto Stalin-Hitler, cade sempre più in disgrazia finché non verrà arrestato. Gli sarà sottratto tutto: la sua fede politica, il suo orgoglio, la fiducia, la vita.

13. Margarete dopo un periodo di crescente solitudine, di isolamento e paura,si troverà proiettata a forza, in una situazione che mai avrebbe creduta possibile: condannata, finirà per due anni in un gulag in Siberia.  Nel libro vengono riportati stralci del racconto che lei fa della traumatica esperienza:  costretta al lavoro coatto, in un campo dove per due anni patirà il gelo e la fame, quando non anche l’isolamento.

14. Ogni prigioniera disponeva al massimo di trenta centimetri. La carenza di spazio ci impediva di dormire supine e di notte, quando ci svegliavamo con le anche doloranti, prima di cambiare posizione bisognava svegliare la vicina di destra e quella di sinistra e poi girarsi insieme. La cella era al piano terreno e dalle moscovite più anziane ed informate udii poi raccontare che alle pareti si scorgevano ancora i segni degli anelli ai quali venivano incatenati i prigionieri ai tempi dello zar. Sono sicura che quei prigionieri avevano a disposizione maggior spazio di noi e forse anche qualcos’altro

15.  Finita la drammatica esperienza del gulag, dopo esili speranze, di nuovo il lager: questa volta  sarà ceduta a un campo hitleriano e trascorrerà  altri cinque anni a Ravensbrück. Molto crude le parole con cui descrive il mondo concentrazionario, l’orrore, la brutalità,  il degrado.

16. II miei primi giorni nella cella numero 31 furono un incubo. Le finestrelle della cella erano schermate da lastre di vetro opaco. Non si sapeva mai con certezza quando fosse giorno. In un primo tempo quelle donne seminude mi parvero tutte uguali. Nessuna di loro pronunciava una parola e molte si intendevano a gesti. Restavano accucciate nel vano sotto le feritoie (…) Alcune avevano la pelle del corpo bluastra. E il puzzo! Ogni volta che si sollevava il coperchio del bugliolo mi veniva da vomitare. In queste condizioni dovevamo mangiare e dormire!

17. Una storia, quella di Margarete, che ci parla però anche di aiuto reci­proco tra prigioniere, di oblatività, di atti ripetuti, intesi a sal­vare vite umane. Di duri castighi ripetuti, dall’isolamento al freddo, alla fame. Ma anche qui, generi di conforto giungono in tempo per salvarla. E poi giungeranno pacchi e messaggi da casa. Se intorno a lei ha potuto osservare atti di egoismo, se ha vissuto l’ostracismo da parte delle politiche che non tollerano che lei non parli in termini entusiasti di Stalin, è anche vero che azioni oblative e parole di conforto la sostengono nel bisogno. E che lei riesce, nonostante tutto, a essere, a mostrarsi come una donna generosa, capace di sacrificarsi per aiutare le altre. A Ravensbrück incontrerà Germaine Tillion. Sarà lei a salvare la Tillion, nascondendola nel suo letto, mettendo a rischio la propria vita. Ma anche lei è stata aiutata, ha trovato donne disponibili a portarle cibo e messaggi, a cucire stoffe al suo posto…

18. Germaine Tillion

È nata il 30 maggio1907. Etnologa, dopo la liberazione ha rivestito ruoli delicati durante la guerra d’Algeria e nel dibattito sulla condizione femminile.

Margarete narra di una compagna di prigionia che ha conosciuto insieme ad alcune prigioniere francesi.

19-20-21. Una donna minuta, con problemi fisici, ma una compagnia affascinante perché racconta degli anni passati da etnologa presso una tribù del Nord Africa. Una donna nota con il nome di Kouri, il cui vero nome è Germaine.

22. Kouri ha una sigla, NN, che la contraddistingue, il cui significato resta oscuro a tutte, a lungo. Si sa solo che alle prigioniere NN non è permesso ricevere posta o pacchi. Non solo: non possono neppure essere loro a scrivere, a inviare lettere, sia pur censurate. Scrive Margarete: “In seguito accertammo che la cifra «NN» – operazione «notte e nebbia» – indicava tutte le prigioniere arrestate dalla Gestapo e fummo attanagliate dal terrore che la polizia politica ne progettasse la liquidazione.”

23. In questi campi si può morire  o si può sopravvivere. Ma come funziona la quotidianità? Abbiamo lunghi racconti, pagine e pagine per quanto riguarda la realtà di Ravensbrück, grazie a Margarete, grazie a Germaine: due testimoni oculari particolari, due donne che hanno conosciuto sulla propria pelle questa realtà in tutti i suoi aspetti negativi e positivi, in tutte le sue varie articolazioni.

Due donne attente osservatrici, in grado di riflettere su quanto occorso, di comunicarlo con parole misurate e attente.

24. Germaine vive con preoccupazione e angoscia l’imprigionamen­to, a causa di sua madre, che morirà nel campo, lasciando la figlia prostrata, tanto più che si ritiene responsabile per il suo arresto. Germaine è una studiosa, una intellettuale. Osserva, prende appunti. A lei giungono carte, notazioni di altre donne lì presenti: tutte auspicano che, una volta uscite da lì, lei pos­sa scriverne per far comprendere quanto è accaduto. La Tillion non crede che i tedeschi siano tutti assassini, tutti responsabili, laddove i francesi sarebbero tutti buoni. Ha visto da vicino l’Al­geria, l’ha studiata, è una donna colta. Sa che non può limitarsi a provare orrore per quanto fanno i nazisti: dovrà capire. Sarà un lungo e difficile processo, ma lei ne uscirà consapevole anche delle sofferenze, del calvario del popolo tedesco. Scriverà, da subito. Non vuole dimenticare. E i suoi libri, specialmente la terza edizione di Ravensbrück, offrono fatti, cifre per chi voglia comprendere quanto occorso. Informazioni preziose anche per perseguire chi si era adoperato nei maltrat­tamenti, nelle uccisioni delle prigioniere e, più tardi, anche dei prigionieri.

Diversa, ma con alcune affinità è l’esperienza di Etty Hillesum.

25. Etty Hillesum

Nata il 15 gennaio del 1914 a Middelburg (Paesi Bassi), muore il 30 novembre 1943 a Auschwitz, Polonia.
A differenza delle altre, che hanno molto viaggiato, la Hillesum trascorre la sua vita  entro confini non molto ampi. Nei Paesi Bassi.

26. Però lei percepisce la vastità dell’Europa e il suo grande passato culturale e spirituale. È una giovane donna, interessata agli studi, alla riflessione.

27. Di famiglia ebraica, anche se lei non è osservante, è attirata da un  Dio con cui parla, con cui si confida. Un itinerario  spirituale, un  cammino interiore che si farà sempre più evidente e di cui ci ha lasciato testimonianza attraverso i suoi appunti diaristici, attraverso le lettere.

28. La Hillesum, pur essendo per forza di cose sempre più in contatto con il dolore, con le persecuzioni, con il male, pur avendo visto da presso l’inferno in terra, non solo non ne accusa Dio e non perde la sua fede in Lui, ma riconosce che Dio ama l’umanità e proprio per questo, lei crede, non interviene, evitando forme invasive che saprebbero di paternalismo, e non di amore.  

29. Anche lei, giovane donna che aveva avuto tanti progetti, speranze, interessi, amori, viene a trovarsi in un mondo di orrore. Ma non intende cedere all’odio, ché uno stato d’animo del genere renderebbe il mondo ancora più inospitale di quanto già non lo sia.

Sai, se qui tu non hai una grande forza interiore, se non guardi alle apparenze come a pittoreschi accessori che non intaccano il grande splendore (…) allora è proprio una situazione dispera­ta. È  così triste vedere tutte quelle persone abbandonate a se stesse, che perdono il loro ultimo asciugamano, che si arrab­battano con scatoline, scodelle di cibo, bicchieri, pane muffito e biancheria sporca sopra.

30. In un campo di smistamento passeranno sia Margarete che Etty Hillesum. La  Hillesum ricorda il filo spinato che delimita spazi e confini, che  restringe i suoi orizzonti. Anche nel caso della Hillesum abbiamo suoi testi scritti di cui possiamo ripercorrere le pagine, vivendo con lei ricordi di vita tranquilla, di lettura, di ricerca spirituale, di amore, ma anche della vita in un campo di transito, dell’angoscia di una attesa che potrebbe interrompersi senza che nulla possa essere fatto per scongiurare questo evento distruttivo -unico.

31. Baracche e fango, a Westerbork. Gente ammalata, morti. Per­sone terrorizzate dalla prospettiva di finire su uno dei treni che partono ogni settimana, carichi di gente di cui non si avrà più notizia. Eppure la Hillesum scrive di un campo di lupini violetti, di una bellezza inaspettata.

Sono salita un momento su una cassa che si trova fra i cespugli per contare il numero dei vagoni merci, erano trentacinque, precedu­ti da alcuni vagoni di seconda classe per la scorta. I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qua e là mancavano delle assi, e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga. Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno lì così principeschi e così pacifici, su quella cassa si sono sedute a chiacchierare due vecchiette, il sole splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade una strage, è tutto così incomprensibile.

Io sto bene.
Affettuosamente, Etty

32.  Morirà ad  Auschwitz, dove già erano stati uccisi, all’arrivo, i genitori. Perderà in circostanze analoghe i due fratelli; una famiglia totalmente distrutta. Lei  non potrà rileggere in un dopo guerra, in un periodo posteriore alla detenzione, i propri appunti. Non potrà assistere alla pubblicazione delle proprie opere. Saranno altri ad occuparsene, a darle alla luce. Ma nulla sarebbe stato possibile, senza i suoi appunti. Nulla, se lei non avesse annotato e custodito gelosamente i suoi pensieri, le sue osservazioni. Come avverrà poi per la giovane Anna Frank. Come avverrà in altri lidi, in altri casi.

Dopo anni di silenzio intorno a lei e al suo pensiero, la sua figura sopravvive per l’insegnamento morale che ci ha lasciato, per l’importante lezione, che ancora oggi la pone tra le persone, uomini e donne, da ricordare con gratitudine e ammirazione.

33-34. Margarete Buber Neumann  e Germaine Tillion, al contrario della Hillesum, sopravvivranno anche fisicamente alla dura detenzione.

In caso di sopravvivenza, come se ne esce? Margarete ha imparato che la scrittura, lo svelamento di quanto occorso, è importante. Che lo scrivere fa parte dell’amore per il prossimo: non si vuole che gli altri restino nell’ignoranza, in una zona di fitta ombra. Si crede fermamente che esista la possibilità, mediante la parola, di comunicare anche contenuti apparentemente incomunicabili. Si crede nel diritto alla conoscenza. Ed è questo il messaggio che il libro di Maria Immacolata Macioti ci trasmette, esortandoci a proseguire nella strada segnata da queste donne che lei ha efficacemente descritto. Un messaggio ancora tremendamente attuale e ce lo dicono queste due recenti immagini: 

35. 22 marzo 2021 Migliaia di donne manifestano a Instanbul contro la decisione  della Turchia di non aderire più alla carta internazionale contro la violenza sulle donne. 

36. 7 aprile 2021 Due poltrone per tre: il presidente turco Erdogan lascia in piedi  Ursula von der Leyen, costretta ad accomodarsi su un divano mente lui e Charles Michel prendono posto sulle sedie d’onore con le bandiere alle spalle.

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