Temi e formule di alcuni canti di lutto in grico con riferimenti alla tradizione funebre dell’antica Grecia
Prof.ssa G.M.T. Luceri
07/04/2025
Partendo dall’analisi di un idioma italogreco della Puglia meridionale, l’incontro ha proposto un percorso di riscoperta del dialetto grico, ricostruendone l’origine, lo sviluppo e il radicamento nel territorio.
La ricerca presentata si è incentrata sulla tradizione poetica della Grecìa salentina, in particolare sulle lamentazioni funebri tramandate nel passato attraverso la sola memoria orale, grazie a un repertorio fondato sull’ascolto e sulla trasmissione diretta.
Prima di affrontare le diverse tematiche legate ai canti di lutto, è stato utile ricordare alcuni aspetti generali relativi all’idioma italogreco dell’Italia meridionale. In Italia, infatti, si riscontrano due aree principali in cui si parlano varietà italogreche:
- in Puglia, nella zona salentina (Terra d’Otranto), è tuttora presente il grico (o griko);
- in Calabria, nella Bovesìa, si conserva il grecanico.
Le due varietà linguistiche corrispondono rispettivamente a due minoranze: la minoranza linguistica grico-salentina e quella greco-calabra. L’enclave del grico si trova nel cuore della penisola salentina e comprende oggi nove comunità.
Lo studio si propone di descrivere la situazione linguistica contemporanea del grico e, al tempo stesso, di ripercorrere gli studi sulle origini di questa lingua. In tale contesto sono stati ricordati i contributi di studiosi di grande rilievo come Giuseppe Morosi, Gerhard Rohlfs e Oronzo Parlangeli, illustrandone le diverse metodologie di ricerca volte a individuare la provenienza del grico – questione tuttora oggetto di dibattito.
La tesi magnogreca di Gerhard Rohlfs contrasta infatti con l’ipotesi bizantina sostenuta da Giuseppe Morosi e successivamente accolta da glottologi come Oronzo Parlangeli e Carlo Battisti. Una posizione di compromesso è stata avanzata dal linguista Franco Fanciullo, che propone una doppia origine. Egli, infatti, sostiene una diretta continuità con il greco antico, arricchita in seguito dall’influsso della colonizzazione bizantina in Italia.
È stato poi approfondito il ruolo del grico in Terra d’Otranto dal Medioevo al XX secolo, con particolare attenzione ai rapporti fra l’Occidente otrantino e la cultura bizantina nei diversi periodi storici. Tra il VI e l’XI secolo si registra la maggiore ellenizzazione dell’area: monaci e sacerdoti greci giungono nel Salento diventando mediatori essenziali della cultura bizantina. I monasteri salentini assumono un ruolo di altissimo rilievo culturale e, nel XIII secolo, presso il monastero di San Nicola di Casole si sviluppa una scuola poetica greco-otrantina.
Con la distruzione del monastero da parte dei Turchi nel 1480, l’ambiente culturale greco salentino entra in crisi. Tuttavia, nel XVI secolo il grico resta la lingua dominante in ventisette paesi salentini; nel XIX secolo tale numero si riduce a quindici, fino a scendere agli attuali nove. L’eredità del monastero di San Nicola sopravvive nei numerosi scriptoria della Terra d’Otranto, dove prosegue l’insegnamento del greco.
Nel corso dei secoli, tuttavia, il grico diviene sempre più subalterno rispetto alla lingua dominante. Alla fine dell’Ottocento, l’opera di Vito Domenico Palumbo, autore di numerose raccolte di testi in grico, segna la conclusione di un’epoca e apre nuove prospettive per la rinascita della cultura ellenofona salentina.
Nel Novecento, la ricerca sul campo riprende con l’attività pionieristica dell’etnomusicologo Diego Carpitella e del ricercatore americano Alan Lomax. Le loro spedizioni nel sud della Puglia inaugurano un nuovo approccio interdisciplinare per lo studio delle tradizioni orali, in collaborazione con antropologi, etnografi e sociologi. In questo contesto si colloca anche la fondamentale indagine di Ernesto De Martino, che conclude la sua ricerca nel Salento nel 1959. La sua opera Morte e pianto rituale rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per ogni riflessione sui canti di lutto in lingua grica.
A partire dai morolòja della Terra d’Otranto, la ricerca ha presentato alcune lamentazioni funebri in grico, selezionate all’interno del ricchissimo patrimonio orale salentino. Le radici millenarie dei canti di lutto del Salento hanno suggerito la possibilità di un confronto con i lamenti funebri dell’antica Grecia, mettendo in relazione tradizioni cronologicamente distanti ma accomunate da motivi e funzioni rituali analoghe.
Sono stati dunque presi in esame alcuni lamenti omerici e altri tratti da tragedie attiche, per un confronto con i canti in grico. Dalla comparazione sono emerse alcune peculiarità comuni:
- l’invito al pianto;
- la lode del defunto;
- il richiamo a figure mitiche (Thanatos, le Moire);
- i gesti rituali (ad esempio, il taglio di ciocche di capelli da deporre sul corpo del defunto);
- l’esecuzione del lamento come strumento per ristabilire un ordine accettabile della realtà;
- la forma corale, espressione di una solidarietà collettiva;
- la presenza di stereotipi tematici e formali, anche nei lamenti più semplici.
Infine, l’attenzione è stata rivolta all’oralità dei morolòja, affidata alla memoria delle prefiche, poetesse del lutto. La memoria, in questo contesto, non è semplice conservazione, ma strumento creativo e performativo, capace di custodire e rielaborare metafore, temi, immagini e figure retoriche, adattandole alle circostanze e alle emozioni di ciascun rito.